Per ovviare alle numerose limitazioni del
sismografo di Wood-Anderson, nel corso del Ventesimo secolo sono stati
sviluppati un gran numero di strumenti, diversi da quello in precedenza
illustrato, in particolare per rivelare eventi sismici anche debolissimi
nelle loro componenti orizzontali e verticale. La maggior parte di tali
sismografi – e la quasi totalità di quelli moderni – sono di tipo
elettromagnetico:
per esempio, il moviment
o
relativo di una bobina di filo di rame (che funge anche da massa di un
pendolo orizzontale o verticale) tra i poli di un potente magnete permanente
fisso genera nella bobina una corrente, proporzionale non allo spostamento
ma alla velocità relativa dei due elementi; tale corrente è
amplificata e filtrata in frequenza da un apposito circuito elettronico
e inviata a un’unità di registrazione e visualizzazione, che in
passato poteva essere un registratore a carta e oggi è sempre più
spesso un comunissimo personal computer. Dunque un tipico sistema sismografico
moderno, dilettantistico o professionale, è composto sostanzialmente
da un sensore, da un amplificatore e un filtro, da un digitalizzatore e
da un computer con processore e memoria adeguati.
I sismografi concepiti per monitorare i terremoti locali devono rispondere a una frequenza del movimento del suolo diversa da quella usata per registrare gli eventi lontani. Infatti le onde di un terremoto si indeboliscono viaggiando attraverso la Terra, ma a grandi distanze le (più preziose) onde ad alta frequenza quasi scompaiono. Di conseguenza, per rivelare i terremoti che si verificano entro un ambito regionale si utilizzano i cosiddetti sismografi a corto periodo (accordati su un periodo T < 1 secondo, cioè su frequenze di 1 Hz o superiori), sensibili alle onde sismiche che oscillano diverse volte al secondo ed a parte della banda dei microsismi (che va da 0,1 a 5 Hz). Al contrario, per captare i telesismi si adoperano sismografi a lungo periodo (ovvero accordati su T > 10 secondi, o frequenze < 0,1 Hz), che rispondono a onde di frequenza più bassa. Infine, per registrare i forti terremoti locali si usano dei sismografi strong motion che, a differenza dei precedenti strumenti, applicano un’amplificazione minima (inferiore a 100 ×) al movimento del suolo.
Come un’amplificazione è necessaria
per raggiungere la sensibilità desiderata, così un filtraggio
in frequenza via hardware (oppure via software, ma allora non in tempo
reale, del segnale digitale) è utile per selezionare l’intervallo
di frequenze, o “banda”, del segnale più opportuno da evidenziare
in funzione dei nostri interessi. Ad esempio, a livello amatoriale il segnale
viene di solito filtrato eliminando tutte le frequenze superiori almeno
ai 10 Hz, per sopprimere o quanto meno attenuare il rumore “civile” urbano
(traffico, officine, persone che camminano a pochi metri dal sensore, etc.).
Nonostante questo filtraggio del segnale, comunque, la traccia sismica
conterrà sempre un rumore di fondo che non coincide con un aumento
dell’attività sismica. Per una regola base della conversione A/D
(il teorema di Nyquist), un segnale va campionato ad almeno il doppio della
frequenza massima (f0) che occorre
registrare, altrimenti la forma d’onda campionata sarà molto diversa
da quella originale, e ciò può condurre l’osservatore ad
errate conclusioni. Onde evitare errori di aliasing – come viene
in gergo chiamato questo deleterio fenomeno, dalla parola latina alias
(“altro”) – si raccomanda, in pratica, di campionare il segnale analogico
a 4-5 volte la frequenza f0; nonché
di eliminare, attraverso un filtro elettronico posto a monte del convertitore
A/D, le frequenze superiori a f0
(altrimenti otterremo, in uscita dall’ADC, delle forme d’onda spurie che
sono alias delle frequenze superiori a f0).
Dunque, per registrare ad esempio l’intervallo in frequenza da 0 a 10 Hz,
dovremo prendere 50 campioni al secondo e filtrare a 10 Hz il segnale proveniente
dal sensore: naturalmente, se già filtriamo tale segnale a 10 Hz
(via hardware) per eliminare il rumore urbano, per quanto riguarda il filtraggio
siamo già a posto.
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Sismografi per lo scienziato dilettante
Le componenti di un sismografo più
difficili da realizzare sono senza dubbio i sensori di movimento, costituiti
di solito da pendoli di varia natura che funzionano tutti con lo ste
sso
principio ma differiscono tra loro per caratteristiche tecniche e costruttive.
Scartando l’idea di usare dei sensori professionali (Kinemetrics, Geotech,
etc.) a causa del loro costo assai elevato, il sensore sismico va autocostruito
o, al massimo, acquistato usato.
I modi per mettere a punto un sensore per il nostro sismografo sono tantissimi, parecchi dei quali estremamente semplici. I sensori più facili da assemblare in assoluto sono i cosiddetti geofoni, dei dispositivi usati per ricerche petrolifere o per prospezioni geologiche costituiti sostanzialmente da un magnete permanente libero di oscillare posto vicino a una bobina di filo di rame, la cui corrente indotta va amplificata e filtrata. I geofoni sono molto semplici da costruire, e rappresentano i più economici sensori sismici. Pur essendo sensibili, hanno due svantaggi di cui occorre tener conto. Il primo è che si tratta di sensori a cortissimo periodo, con una “frequenza naturale” (definita come la frequenza alla quale il sistema – molla o pendolo che sia - compie un’oscillazione completa) spesso di 4,5 Hz o superiore, il che li rende utilizzabili solo per il monitoraggio della sismicità locale fino a un raggio di 100 km. Il secondo è che sono sensori “generici”, cioè percepiscono soltanto che il suolo si è mosso, senza dare un’idea precisa del tipo di movimento: ciò li rende utili al massimo per stimare la distanza del sisma, non per misure di magnitudo o altre analisi raffinate
Per la sismologia amatoriale, un buon sismografo
“orizzontale” (ossia che rivela le oscillazioni laterali del suolo) a
corto periodo è quello progettato dal mensile Nuova Elettronica
con i suoi kit LX1358-59-60 e descritto nel N.195 del Giugno-Luglio 1998,
kit ai quali va aggiunto il mobile contenitore (MO1358) e l’eventuale stampante
termica STP1010. Il sensore è costituito da un nucleo ferroxcube
che si può muovere liberamente all’interno di quattro bobine con
una sospensione detta di Shackleford-Gundersen. Il progetto di un
eccellente sismografo orizzontale a lungo periodo che utilizzava lo stesso
tipo di sensore ma un diverso circuito elettronico era stato pubblicato
con notevole successo dalla stessa rivista nel N.130-131 del Maggio-Giugno
1989. Quest’ultimo kit ora non è più disponibile, ma come
sensore si può usare lo stadio LX1358, mentre i componenti elettronici
previsti da quel progetto circuitale sono ancora reperibili sul mercato.
Dal sito Nuovaelettronica.it,
possono essere acquistati sia i numeri arretrati sia i singoli kit.
Nel già citato sito web gestito
da Larry Cochrane, quello del
Public
Seismic Network (PSN), troverete invece varie figure e schemi dettagliati
di come realizzare due ottimi sismografi orizzontali a lungo periodo,
con sensore del tipo di Shackleford-Gundersen o di Lehman, basati rispettivamente
su due articoli usciti nel Settembre 1975 e nel Luglio 1979 sul mensile
Scientific
American. Si tratta, anche in questo caso, di strumenti semi-professionali,
realizzabili a scopo didattico da Istituti Tecnici o semplici appassionati
grazie alla possibilità di acquistare dallo stesso Cochrane almeno
parte del materiale necessario per la loro costruzione, compresa la circuiteria
elettronica. Nel già menzionato sito
web di Mauro Mariotti, infine, troverete le indicazioni per la realizzazione
di un elementare sensore verticale a corto periodo e di un geofono, oltre
che gli schemi di schede ADC ed alcune interessanti migliorie tecniche
applicabili ai sismografi di Nuova Elettronica (sotto la completa responsabilità
di chi decide di eseguirle).
Infine, un tipo di sismografo interamente
elettronico del tipo strong motion può essere facilmente
realizzato utilizzando come sensore non un
pendolo,
bensì un accelerometro, un minuscolo chip impiegato su larga scala
dall’industria automobilistica nella realizzazione degli airbag, il quale
può rivelare le accelerazioni prodotte dai più violenti terremoti
locali. Con l’aggiunta di pochi altri comunissimi componenti, il chip può
essere utilizzato come una sorta di sismometro e venire collegato al computer
tramite una scheda ADC. Un circuito molto semplice, che utilizza come accelerometro
l’ADXL05 della Analog Devices, è illustrato in un articolo pubblicato
nell’Aprile 1996 dalla rivista Scientific American. Il grosso neo
di questo tipo di sismografi è che, affinché registrino qualcosa,
occorre un terremoto locale piuttosto forte, per cui non bisogna sorprendersi
se trascorrono come minimo parecchi mesi senza che tali apparati rivelino
un evento sismico. Ciò li rende naturalmente di gran lunga meno
interessanti e diffusi tra i dilettanti rispetto a tutti i ben più
sensibili strumenti descritti in precedenza.
Come creare una stazione sismologica
Qualunque sia il tipo di sismografo che deciderete di costruire, arriverà poi il momento di scegliere se dedicarsi all’osservazione più o meno in solitario degli eventi sismici, magari per semplice curiosità o per il gusto di emulare i professionisti, oppure se realizzare una vera e propria stazione sismologica inserita in una rete operante a livello locale o internazionale. Chi desidera intraprendere un’attività amatoriale nell’affascinante campo della sismologia può prendere in considerazione la possibilità di diventare membro della Rete Sismica Sperimentale Italiana (IESN), che opera in forma privata ed in tempo reale su tutto il territorio italiano con una decina di stazioni di rilevamento, gestite da altrettanti individui singoli o gruppi di persone. La IESN, aderisce al ben più ampio Public Seismic Network (PSN), una rete mondiale – composta da decine di osservatori dilettanti sparsi in varie zone del globo – gestita ottimamente dall’instancabile Larry Cochrane. Entrambe le reti tengono d’occhio la microsismicità a livello nazionale e gli eventi di più rilevante magnitudo che si verificano a livello globale, mettendo i dati raccolti a disposizione del pubblico e degli affiliati, via Internet.
Se pensate di utilizzare un solo sismografo,
allora il nostro consiglio è quello di indirizzarsi su uno strumento
orizzontale a lungo periodo (come ad esempio quello di Lehman),
che è in grado di rivelare terremoti di magnitudo relativamente
modesta finanche a migliaia di chilometri di distanza. Si noti che in Italia
conviene orientare un tale sensore in direzione Est-Ovest, perché
così è più facile percepire gli eventi lontani, che
avvengono solitamente nelle cinture tropicali. In alternativa, specie se
si è agli inizi, si può optare per la costruzione di un sismografo
orizzontale a corto periodo (come ad esempio quello di Nuova Elettronica)
oppure di un sensore verticale, tipicamente a periodo abbastanza corto
(circa 1 Hz), strumenti più adatti per il monitoraggio dei terremoti
a livello locale. Non a caso, la Rete Sismica Nazionale dell’Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) utilizza in prevalenza sensori di questo
tipo per tenere sotto controllo il territorio italiano.
La maggior parte delle stazioni del PSN
hanno un solo sismografo, sebbene una stazione sismologica ben attrezzata
impieghi almeno tre elementi sensibili, per poter registrare contemporaneamente
le 3 componenti del moto del suolo: oscillazioni orizzontali nella direzione
Nord-Sud (N-S, o “N”) e nella direzione Est-Ovest (E-O, o “E”) e movimenti
verticali (U-D, o “Z”). Se la vostra stazione sarà composta da tre
elementi sensibili, allora vi conviene decisamente orientarvi su due sismografi
orizzontali a lungo periodo N e E, in grado di registrare anche i terremoti
lontani, e su un sismografo verticale Z a corto periodo, che vi fornirà
la componente sussultoria dei sismi locali e regionali. Una stazione sismologica
non può dirsi comunque totalmente completa se non ha anche un set
di sensori strong motion, per permettere la registrazione dei seppur
rari terremoti locali medio-forti, che farebbero andare senz’altro fuori
scala gli altri sismografi, specie quelli a corto periodo.
Uno dei più efficienti e completi osservatori sismologici costruiti da un dilettante viene mantenuto in esercizio dal già citato Larry Cochrane a Redwood City, in California. Dato che in genere più strumenti, sostanzialmente diversi, sono sempre in funzione nel suo laboratorio, egli difficilmente perde la cognizione di un qualsiasi movimento tellurico si verifichi sulla Terra. Ma per avere enormi soddisfazioni in campo sismologico è sufficiente avere anche un solo strumento, perché tutti i terremoti hanno componenti in tutte le direzioni. Ciò che conta davvero è sapere come utilizzare al meglio il proprio apparato per ricavare delle informazioni relative agli eventi registrati.
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