Chi non si è mai interessato di
sismologia di solito ritiene che nulla o quasi accada in un sismografo
sino a quando non si verifichi un forte terremoto, e che la successione
di segni apparentemente confusa di una registrazione sismografica non
sia
di alcun interesse. Ma sul tracciato sismografico quelli che, a prima
vista,
sembrano semplici segni senza significato descrivono, per l’osservatore
esperto, una regione costiera che viene sommersa dal mare, oppure il
manifestarsi
di un lontano uragano, l’attività di un vulcano o, molto
più
banalmente, una persona di famiglia mentre cammina dalla cucina al
soggiorno.

L’interpretazione dei sismogrammi è
dunque un’operazione estremamente interessante, che si basa sul
riconoscimento
dei diversi tipi di onde sismiche e dei loro istanti di arrivo. Qui
comunque
limiteremo la nostra discussione ai soli sismogrammi prodotti dai
terremoti.
Qualunque sia la causa scatenante di un terremoto, esso produce un
serie
di onde che, a seconda del genere di vibrazione trasmessa al mezzo in
cui
si muovono, si distinguono in tre tipi:
• onde P, o
longitudinali,
onde di pressione che fanno comprimere e dilatare la roccia lungo la
propria
direzione di propagazione, a completa somiglianza di quanto avviene con
una molla cilindrica che viene dapprima tesa e quindi lasciata andare;
• onde S, o
trasversali,
onde di stiramento che fanno vibrare la roccia di taglio, ovvero
lateralmente
rispetto alla direzione del loro percorso, in modo analogo a ciò
che si verifica quando scuotiamo una fune tesa;
• onde L, o
superficiali,
che, a differenza delle onde P ed S – da noi chiamate
per
semplicità
onde di profondità (anche se si dovrebbe
parlare, a rigore, di "onde di volume") – si propagano soltanto in
superficie,
producendo uno scuotimento orizzontale del terreno (onde di Love) e,
nel
contempo, oscillazioni ellittiche simili a quelle delle onde marine
(onde
di Rayleigh); si noti che è proprio il moto orizzontale e
verticale
prodotto dalle onde superficiali quello maggiormente percepito e
devastante
nel corso di un qualsiasi terremoto che avvenga sulla Terra.
I tre precedenti tipi di onda viaggiano
a differenti velocità. Quando avviene un terremoto, le prime
onde
ad essere registrate sono le onde P (o primarie), che si
spostano
all’interno della Terra a una velocità compresa tra gli 8 e i 14
km/s. Dopo pochi secondi o alcuni minuti, con un ritardo che dipende
dalla
distanza tra il punto di origine del terremoto e il punto di
rilevamento,
arrivano le onde S (o secondarie), più lente, che
viaggiano
a una velocità compresa fra i 3,9 e i 7,5 km/s. La loro minore
velocità
è accompagnata da una più bassa frequenza di oscillazione
e da maggiori ampiezze del moto, cioè da sinusoidi che sono,
rispettivamente,
più larghe orizzontalmente e più alte verticalmente sul
tracciato
sismografico. Poco dopo, infine, giungono le onde L (o onde
lunghe),
ancora più lente, che si originano quando le onde di
profondità
raggiungono la superficie della Terra. A loro volta, le onde lunghe
sono
caratterizzate da frequenze di oscillazione più basse – donde il
loro nome di “lunghe” – e da ampiezze in genere più grandi
rispetto
alle onde P ed S.
Le onde sismiche, oltre a non
originarsi
tutte – come è il caso delle onde L – nel fuoco
o
ipocentro
del terremoto (il punto al di sotto della superficie terrestre in cui
il
fenomeno tellurico ha origine), si propagano in maniera diversa a
seconda
della loro natura e del mezzo attraversato. Le onde P, per
esempio,
analogamente alle onde sonore si propagano anche attraverso i liquidi e
i gas, mentre le onde S non si propagano nei liquidi.Questa
caratteristica
diversità di propagazione delle onde di profondità
all’interno
della Terra ha permesso di scoprire che il nucleo del nostro pianeta,
nella
sua parte esterna, è liquido: esso infatti blocca, come un vero
e proprio schermo, le onde S che tentano di attraversarlo.
Inoltre,
la differenza nella velocità di propagazione tra le onde
P
ed S non è costante, ma in generale cresce leggermente
con
l’aumentare della profondità, quando ci si muove dalla base
della
crosta fino alla parte esterna del nucleo. A parità di tipo di
onda,
poi, la velocità di propagazione all’interno dei corpi rocciosi
è molto variabile in funzione della densità e delle
proprietà
elastiche del mezzo: le onde P, ad esempio, viaggiano a
velocità
che arrivano fino a 14 km/s al di sotto della crosta terrestre
(cioè
a più di 35 km sotto i continenti, di 6 km sotto gli oceani),
con
variazioni anche brusche legate alla profondità raggiunta; ma
più
in superfice, dove si possono incontrare terreni con nette
discontinuità
o poco compattati, tale velocità può scendere fino a 0,5
km/s.
In un sismogramma tipico si distinguono
tre fondamentali treni o gruppi di onde – le cosiddette fasi –
attribuibili,
rispettivamente, alle onde
P,
S ed L. Le varie fasi
sono sempre nella sequenza
P-S-L, e ci si aspetterebbe che, a una
certa distanza dal fuoco esse siano anche ben separate l’una
dall’altra.
In realtà, i sismogrammi sono sempre un po’ confusi. Ad esempio,
il treno delle onde S comincia sempre prima che quello delle
onde
P sia finito. L’ampiezza delle oscillazioni della fase L rispetto
alle altre due, poi, ovvero l’altezza raggiunta dalle sinusoidi L
sul sismogramma, dipende fortemente dalla distanza del terremoto. Nei
tracciati
relativi a eventi locali e di forte intensità, le onde L
sono di solito mascherate dalla coda della fase S,
perché
le oscillazioni associate alle onde L sono normalmente
piuttosto
piccole. Diversamente, la fase L di solito domina come ampiezza
delle oscillazioni sulle fasi P e S nei tracciati dei
terremoti
poco profondi distanti oltre 600 km.
Le ragioni per cui l’ampiezza
sismografica
della fase L varia con la distanza sono principalmente due. La
prima
è che le onde superficiali si indeboliscono con la distanza
più
lentamente delle onde di profondità. La seconda ragione, che
è
anche la più importante, è invece un po’ più
sottile.
I vari tipi di onda, come accennato in una precedente sezione, sono
caratterizzati
da periodi di oscillazione diversi: il periodo dominante è sugli
0,1-1 secondi per le onde di profondità, e sui 10-100 secondi
per
le onde superficiali. D’altra parte, la fisica ci insegna che vengono
amplificate
di più le onde di periodo vicino a quello per cui un sismografo
è accordato. Di conseguenza, poiché i sismogrammi dei
terremoti
molto distanti sono di solito ottenuti con dei cosiddetti “sismografi a
lungo periodo”, cioè con degli strumenti accordati su periodi
intorno
ai 20 secondi, il risultato è che con questi strumenti le onde
superficiali
vengono amplificate molto più che non le onde di
profondità.
Alcuni sismogrammi possono presentare
qualche difficoltà di interpretazione per il principiante.
Infatti,
la presenza o meno delle fasi P ed
S sul tracciato di un
terremoto dipende dalla sua distanza. Per i sismi che si verificano
entro
circa 11.000 km dalla stazione di osservazione è possibile
rivelare
entrambe le fasi P ed
S, e ovviamente le L. Oltre
gli 11.000 km, le onde del sisma scompaiono quasi completamente (le S
sono assenti, le P diventano estremamente deboli), almeno
finché
le lente onde superficiali L non spuntano, letteralmente,
all’orizzonte:
siamo nella cosiddetta “zona d’ombra” per le onde P ed S,
essendo le prime rifratte, e le seconde assorbite, dalla parte esterna
liquida del nucleo terrestre. A distanze più grandi, che vanno
da
circa 15.500 km fino alla parte opposta del globo, arrivano, sia pure
ritardate,
alcune onde P che attraversano il nucleo esterno (chiamate
anche,
in gergo, PKP, o
P’) e le solite onde L, ma di nuovo
non le onde S, per le quali la zona d’ombra permane, come
è
illustrato dalla figura qui accanto.
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