La sismologia dilettantistica può indubbiamente offrire, di per sé, una quantità di soddisfazioni a coloro che decidano di dedicarsi a questo affascinante hobby attraverso la costruzione di un piccolo sismografo semi-professionale. Molti, però, ignorano che un apparato del genere permette anche a un semplice appassionato di compiere ricerche pionieristiche nel campo importantissimo dei precursori sismici. Se si considera che raramente nella scienza di oggi i dilettanti possono svolgere un ruolo determinante nel progresso di una disciplina, si capisce bene come questa sia un'occasione assolutamente da non perdere per le persone più in gamba e più volenterose.
I precursori
sismici sono delle
variazioni delle proprietà fisiche (precursori fisici),
chimiche
(precursori chimici) o
di altro tipo che riguardano, tipicamente, l'ambiente dove
avverrà
il sisma. Il terremoto tettonico, che è di gran lunga il
più
diffuso, avviene per lo scorrimento di due blocchi di litosfera che
s'affacciano
su una faglia oppure perché, a causa delle forze che sollevano
la
litosfera, quest'ultima si frantuma creando nuove faglie. Come
precursori
sperimentati nella litosfera sottoposta allo sforzo dei moti tettonici
sono stati riconosciuti l'emissione acustica delle
rocce, le
variazioni
del campo geomagnetico o della resistività
elettrica
o
delle correnti elettriche tettoniche, le variazioni
delle
proprietà
chimiche dell'acqua, l'emissione di gas
dal sottosuolo,
le
variazioni della velocità delle onde sismiche, le deformazioni
del suolo (Caputo, 1987; Mognaschi, 1998). Tutti questi segni
premonitori
sono da ricondurre alla variazione dello stato di sforzo nella
litosfera,
come spiegato dalla cosiddetta teoria
della dilatanza. Pertanto, la variazione del campo
di sforzi
nella
crosta terrestre causa un insieme di mutamenti che possono essere
osservati
e considerati come eventuali precursori sismici. E' inoltre dimostrato
che molti animali domestici o da cortile (cani, gatti, galline, etc.),
in genere più sensibili dell'uomo nel tatto e nell'udito,
segnalano,
agitandosi poco tempo prima del sisma, i precursori fisici dei
terremoti,
sebbene non si sappia se questi segnali premonitori siano percepiti per
via meccanica (attraverso il contatto delle zampe col suolo) oppure per
via elettromagnetica (grazie a qualche organo sensibile alle emissioni
in radiofrequenza).
Le prime ricerche
sistematiche
coordinate
per giungere alla previsione dei terremoti sono
cominciate
soltanto
nell'ultimo trentennio. I progressi sono stati rilevanti ma, nonostante
alcune previsioni indovinate, si è ancora ben lontani dalla
capacità
di fare previsioni vere e proprie, nel senso di poter stabilire con
anticipo
e con precisione di interesse pratico la magnitudo, l'epoca e la
localizzazione
dei terremoti (Barsanti, 1997; Mognaschi, 1998). I metodi di previsione
proposti e provati sono stati numerosi, ma si possono distinguere
sostanzialmente
in due grossi gruppi: i metodi sperimentali, rivolti
allo studio
dei precursori sismici, e i metodi statistici,
rivolti per lo
più
allo studio dei cataloghi dei terremoti e di sciami di piccoli
terremoti
che precedono i grandi sismi. Il fallimento di molte ricerche sui
precursori
svolte soprattutto in passato dai professionisti è dovuto a una
vasta serie di cause, come l'imprecisa definizione del precursore,
l'insufficienza
dei procedimenti usati per rivelarlo, la scarsezza di adeguate
verifiche
e conferme, l'impossibilità di tenere conto di tutti i parametri
rilevanti e, infine, la carenza di un'esperienza essenziale: aver fatto
molti rilievi di pr
ecursori
nella zona sismicamente sospetta, o già nota come sismicamente
attiva,
per un periodo abbastanza lungo prima dello scatenarsi del sisma
(Caputo,
1987). E' importante aggiungere che l'esperienza ha mostrato che il
volume
di litosfera interessato alla preparazione di un grande terremoto
interessa
una regione della superficie terrestre con un diametro che può
raggiungere
le centinaia di chilometri e quindi, per l'osservazione dei segnali
precursori,
si ha a disposizione una zona relativamente vasta. Anche se ciò
limita la precisione di un'eventuale previsione dell'epicentro,
tuttavia
in molti casi si è trovato che all'avvicinarsi del sisma i
segnali
precursori tendono a concentrarsi nella zona epicentrale, segnalandone
l'ubicazione.
La presenza di
precursori sismici
è
in alcuni casi difficile da spiegare sul piano teorico e da dimostrare
sul piano sperimentale. Un sisma è l'evento culminante di una
serie
di concause dirette o indirette che coinvolgono alcuni meccanismi in
parte
ancora sconosciuti, i quali possono operare per mesi o per anni prima
che
il sisma stesso si manifesti in tutti i suoi macroscopici e spesso
devastanti
effetti. I segni premonitori "classici", come abbiamo visto, vanno
dalla
deformazione della superficie terrestre alla variazione della
resistenza
elettrica delle rocce e della velocità delle onde sismiche fino
all'aumento del contenuto di radon nelle sorgenti. Ma negli ultimi anni
vi sono state in questo campo delle interessanti novità.
Fonosismologia, radiosismologia, radiogeofonia
Un approccio
decisamente nuovo allo
studio
dei precursori sismici si è rivelato l'analizzare i file sismici
in audio accelerato. Si tratta di un'idea estremamente semplice
(menzionata
perfino nel film Caccia a Ottobre Rosso), e tale
linea di
ricerca
è stata battezzata fonosismologia dagli italiani
Mauro
Mariotti
e Andrea Cellini, che nel 1999 cominciarono a catalogare, primi in
Italia
e forse anche al mondo, i "rumori" captati dalla loro stazione sismica
privata (Cellini et al., 2000). Il metodo si basa
sull'accelerazione
dei segnali sismici registrati in forma digitale in modo da portarli
nell'intervallo
uditivo umano (15 Hz - 20.000 Hz) e sulla ricerca sistematica di
possibili
precursori con una paziente e accurata analisi retrospettiva:
ciò
sia tramite l'ascolto dei file da parte di un orecchio "esperto", sia
attraverso
l'elaborazione degli spettri audio con opportuni programmi (Gram, Cool
Edit, etc.), a caccia di variazioni
spettrali anomale ed eve
ntualmente
ripetitive. Il grande vantaggio della fonosismologia è che,
attraverso
l'ascolto di file accelerati, si può supplire al deficit uditivo
degli umani rispetto agli animali e, più in generale, si riesce
ad analizzare una grossa quantità di dati in pochissimo tempo:
se
per esempio si ha una giornata di registrazioni sismiche, ascoltandole
in audio (24 ore in 3 minuti), l'eventuale relazione tra gli eventi
diventa
molto più chiara. Inoltre, l'ascolto di file sismici accelerati
è assai interessante a prescindere dalla ricerca dei precursori,
in quanto con un po' di pratica si capisce subito se una data traccia
sismica
è dovuta a un evento lontano o vicino, a del rumore, a un
disturbo
atmosferico, a una mareggiata, a un'automobile, a un'esplosione, etc.
(Dombois,
2001; Dunegan, 1996). Finora, proprio grazie all'approccio
fonosismologico
sono stati trovati vari tipi di precursori sismici (Mariotti, 2002),
sebbene
solo per una piccola parte dei terremoti siano stati scoperti dei
precursori
e non si sappia ancora quale correlazione esista tra tipo di precursore
e caratteristiche sismogenetiche di un evento.
L'esistenza di precursori sismici associati ad alcuni terremoti -- non necessariamente agli stessi eventi che mostrano precursori attraverso la fonosismologia -- ha trovato conferma in recenti studi di radiosismologia effettuati da dilettanti e professionisti nelle ULF (Ultra Low Frequency). L'ELFRAD, ad esempio, un gruppo di appassionati soprattutto europei e americani che si occupa di anomalie elettromagnetiche a bassissima frequenza, riconosce che segnali caratteristici sono presenti prima e dopo un sisma: vari di loro hanno scoperto in maniera indipendente che talvolta si rilevano segnali ULF, nell'intervallo di frequenze 0,01-0,04 Hz, in stretta vicinanza a linee di faglia sismica alcune ore o giorni prima di un terremoto. Questi segnali, che si irradiano attraverso l'atmosfera (ma decrescono di intensità logaritmicamente con la distanza), possono essere captati con appositi ricevitori e antenne da qualsiasi appassionato di sismologia che mastichi anche un po' di radiotecnica. In effetti, queste e altre esperienze simili (Hellferich, 1990) rendono lecito presumere che nella fase preparatoria di alcuni movimenti tellurici vi sia una generazione naturale di onde elettromagnetiche, dovuta a una grande varietà di cause, specie nella banda delle frequenze molto basse (VLF, Very Low Frequency, 300 Hz-30 KHz), delle frequenze extra-basse (ELF, Extra Low Frequency, 30-300 Hz) e delle frequenze ultra-basse (ULF, 0-30 Hz), tutte bande radio che si collocano a frequenze ben inferiori alle più familiari onde lunghe (LF, Low Frequency, 30 KHz-300 KHz) e onde medie (MF, Medium Frequency, 300 KHz-3 MHz). Altre esperienze sul campo effettuate nei primi anni Novanta da ricercatori professionisti italiani suggeriscono la possibilità che possa verificarsi un fenomeno in un certo senso inverso a quello appena descritto: che le particolari condizioni instauratesi nella fase preparatoria di un sisma possano alterare in modo notevole la propagazione delle onde radio a bassa frequenza (Manno, 2000).
Dunque un altro
approccio assai
interessante
allo studio dei precursori sismici è rappresentato da quella che
il giovane Adriano Nardi ha definito radiogeofonia,
cioè
lo studio approfondito dei fenomeni sismici locali, e dunque anche dei
precursori, basato sul rilevamento di e
missioni
elettromagnetiche a bassissima frequenza (ULF-ELF-VLF) che si possono
manifestare
in associazione a un terremoto. In Italia, precursori elettromagnetici
relativi, in particolare, al terremoto dell'Umbria del 1997 sono stati
rivelati dallo stesso Nardi, come egli racconta nell'ottimo sito Radiogeofonia,
e da Marco Eleuteri (Mognaschi, 1998; Nardi, 2001). La radiogeofonia
-- che potremmo dire si differenzia dalla più generale
radiosismologia
perché si concentra sullo studio dei fenomeni sismici locali e
applica
all'analisi dei dati le tecniche della fonosismologia (ascolto in
cuffia,
eventuale moltiplicazione della frequenza per ascoltare meglio il
segnale
e, sempre, ricerca di variazioni spettrali anomale) -- rappresenta
quindi
un metodo alternativo al rivelamento classico con sismografi
dell'evento
sismico, ma anche e soprattutto un ulteriore nuovo approccio allo
studio
dei fenomeni precursori. Si noti, comunque, che la maggior parte dei
segnali
elettromagnetici a bassissima frequenza captabili sulla Terra, che
costituiscono
la cosiddetta Radio
Naturale, sono associati a fenomeni assai
interessanti, ma di
natura
non sismica: fulmini, temporali, caduta di meteore, attività
solare,
passi di persone, etc. (Romero 2002, Paniccia & Recchia, 2002).
Va
detto inoltre che le radioonde ULF-ELF-VLF, poiché hanno una
frequenza
che cade nell'intervallo uditivo umano, sono ascoltabili in cuffia
senza
necessità di demodulare il radiosegnale, come avviene invece in
un normale apparecchio radio; si lavora, inoltre, nelle stesse
frequenze
dello spettro acustico e non vi è necessità di una
sintonia
vera e propria, che viene effettuata in fase di analisi con il
filtraggio
audio del segnale, selezionando l'intervallo di frequenze che interessa.
Nella letteratura
scientifica, il primo
riferimento ad emissioni nello spettro radio associate alle fratture
delle
rocce si trova in un lavoro di J. W. Warwick, C. Stoker e T. R. Meyer,
i quali, riesaminando dopo circa venti anni le registrazioni di segnali
radio acquisiti il 16 maggio 1960 da diversi radiotelescopi, molto
lontani
tra di loro, ma tutti negli Stati Uniti, formularono l'ipotesi che un
segnale
anomalo, ricevuto il 16 maggio 1960, fosse dovuto a microfratture
indotte
dagli sforzi accumulati nella faglia del Cile e che portarono al grande
terremoto cileno del 22 maggio 1960 di magnitudo 8.3. I radiotelescopi
erano quelli di Boulder, Colorado; Lake Angelus, Michigan; Sacramento
Peak,
New Mexico e Makapuu Point, Hawaii. Tutti erano in quel momento
sintonizzati
a 18 MHz, con una larghezza di banda di 100 kHz per un programma di
studio
del rumore radio di origine cosmica. Gli autori non furono naturalmente
in grado di stabilire un nesso di causalità tra il segnale radio
ed il terremoto, ma suffragarono la plausibilità della loro
ipotesi
con l'osservazione in laboratorio di segnali elettromagnetici emessi da
campioni di granito, la roccia che costituisce le montagne cilene,
sottoposto
a compressione sino alla rottura (Mognaschi, 1998). Negli Stati Uniti
un
gruppo di ricercatori, guidati da A. C. Fraser-Smith della Stanford
University, studia da anni il rumore elettromagnetico a bassa frequenza
in ULF (tra 0.01 e 10 Hz) ed in ELF/VLF (tra 10 Hz e 32 kHz) in
prossimità
degli epicentri della costa californiana e non ha trovato precursori
elettomagnetici
in ELF/VLF, mentre i dati in ULF hanno mostrato anomalie che potrebbero
essere fenomeni precursori. Ricerche di radiosismologia nel campo dei
precursori
elettromagnetici sono in corso anche altrove, ma sono svolte sempre a
livello
nazionale e locale. In Italia, un gruppo di ricerca attivo
all'Università
di Roma tenta di trovare una correlazione tra le variazioni nella
propagazione
di onde radio di superficie nella banda delle onde lunghe ed i
terremoti
nel centro Italia e studia anche il rumore radio nelle bande 0.3-3 kHz,
3-30 kHz e 30-300 kHz (Mognaschi, 1998).
Purtroppo, a livello
professionale non
vengono svolte analisi continuative dei segnali fono/radiosismici su un
lungo intervallo di tempo, soprattutto se ci si riferisce a un vero
monitoraggio
planetario. Infatti, gli osservatori professionali non dispongono di
solito
delle registrazioni continue di un intero mese di attività
sismica
(24 ore al giorno x 30 giorni x 60 minuti l'ora x 60 secondi). I loro
strumenti
hanno un buffer circolare di 3 o 7 giorni che viene
continuamente
"ripulito" eliminando le registrazioni del giorno più vecchio.
Di
conseguenza, andare a ripescare il precursore di un terremoto non
osservato
immediatamente risulta impossibile. Un altro verosimile motivo per cui
non c'è una vera ricerca sui precursori fono/radio a livello
mondiale
è che tutte le tecniche di indagine necessarie hanno delle
importanti
applicazioni militari. Le reti sismografiche sono potenzialmente in
grado
di rivelare eventuali test nucleari effettuati in violazione ai
trattati
che da anni li bandiscono, e la tecnica dell'accelerazione in frequenza
permette di rivelare i sommergibili dell'arsenale strategico (essa era
usata persino in Vietnam, con dei sismometri che aiutavano gli
americani
a sentire i soldati nemici in avvicinamento "ascoltando" il tracciato
sismico).
Inoltre le onde radio a bassissima frequenza sono proprio quelle usate
dai militari per le comunicazioni segrete con i sommergibili in
immersione
durante le loro missioni di routine e non per gli oceani di mezzo
mondo.
Per giunta, si tratta di svolgere una ricerca interdisciplinare che
richiede
la collaborazione di figure professionali diverse. Quindi non
c'è,
in generale, grande interesse da parte dei Paesi più avanzati a
mettere a disposizione di altre nazioni o della comunità
scientifica
internazionale dati sismici, o comunque a favorire progetti comuni
nello
studio dei precursori fono/radiosismici; e, d'altra parte, i militari
non
sono per niente interessati alla previsione dei terremoti...
Il grande contributo dei sismoamatori
In conclusione, le
metodologie per il
rilievo
di precursori sismici sono numerose così come i segnali
precursori
osservati. Ciò può dare l'impressione che i sismologi
professionisti
siano già in grado di prevedere i terremoti, o per lo meno che
questo
sarà possibile in un futuro vicino. Purtroppo, quest'impressione
non corrisponde alla realtà. Infatti, i punti d'osservazione dei
precursori sono distribuiti nelle zone sismiche senza
razionalità,
per il semplice motivo che, il più delle
volte,
s'è voluto innanzitutto mettere a punto la strumentazione e
verificare
se il supposto osservabile si manifestava con le modalità
previste
o sperate. Ne risulta che le zone dove si sono stabilite razionali reti
di strumenti in grado d'osservare un discreto numero di precursori di
vario
tipo sono molto poche (Caputo, 1987). Inoltre, poiché l'area di
preparazione di un grande terremoto può avere un diametro di
alcune
centinaia di chilometri e all'avvicinarsi del sisma i precursori
tendono
a concentrarsi in quella che sarà la zona epicentrale,
attualmente
esistono poche probabilità di poter fare delle previsioni di
terremoti,
e che queste probabilità sono per lo più limitate a
quelle
zone dove si ha un sufficiente numero di strumenti per il rilievo dei
precursori.
Si tratta di una conclusione amara, poiché un maggiore impegno
da
parte dei professionisti potrebbe portare, in meno di vent'anni, alla
previsione
di molti grandi terremoti, che dovrebbe essere considerata una
priorità
dagli organi responsabili della sicurezza pubblica e della protezione
della
popolazione dalle calamità naturali. Ancor più rammarico
si ha pensando che vi sono idee di validi ricercatori che non sono
portate
avanti come meriterebbero, come ad esempio il rilevamento e
l'interpretazione
in automatico delle variazioni locali del campo magnetico terrestre,
che
permetterebbe di isolare i precursori magnetici e di avvicinarsi a
previsioni
affidabili (Barsanti, 1997).
Ciononostante, la situazione potrebbe presto cambiare. I risultati ottenuti finora dai dilettanti nello studio dei precursori sismici sono estremamente incoraggianti, e la possibilità di creare grazie ad Internet reti di rilevamento amatoriali, locali e/o globali, dei segnali premonitori può far sperare in una futura sperimentazione mirata (specie su siti geologicamente attivi) a livello dilettantistico, sia per tenere sotto osservazione i fenomeni sismici sia per creare una casistica adeguata dei segnali premonitori. Naturalmente, la fenomenologia dei precursori non è semplice, altrimenti chiunque sarebbe in grado di prevedere un terremoto locale o un forte evento. Tuttavia, la ricerca di fenomeni precursori potenzialmente associabili con criteri di necessità e sistematicità, con i quali sarà forse possibile un giorno giungere a una corretta e affidabile previsione dei terremoti, è certamente alla portata di un dilettante dotato di pazienza e spirito d'osservazione, nonché di una strumentazione adeguata e progettata appositamente. In questo campo, l'attività a livello amatoriale, purché svolta con serietà e con continuità, può essere molto più proficua di quella istituzionalizzata, la quale soggiace a pesanti limiti burocratici ed amministrativi, per non parlare della ben nota diffidenza degli ambienti scientifici ufficiali verso attività non ancora etichettate con un nome preciso le quali, per il solo fatto di esistere e di essere interdisciplinari, vengono solitamente considerate come una potenziale minaccia da parte dei centri di potere costituiti (Mognaschi, 1998). Si può infine auspicare che, come per la radioastronomia, vengano riservate delle bande per la ricezione dei segnali radio naturali e per lo studio delle emissioni del nostro pianeta e che non ci si debba in futuro affidare, come avviene oggi, a quelle parti di spettro elettromagnetico non utilizzate, o poco utilizzate, da altri servizi.
Il già citato gruppo
ELFRAD,
fondato nel 1986 e autofinanziato, è aperto a tutti i dilettanti
e professionisti che si interessano allo rivelazione e allo studio di
segnali
acustici, sismici o elettromagnetici (e.m.) naturali e artificiali e,
in
particolare, delle onde a bassissima frequenza di varia natura che si
propagano
all'interno della Terra, alcune delle quali sono dei possibili
precursori
sismici. L'ELFRAD ha sviluppato un tipo di stazione ricevente ULF che
utilizza
la Terra stessa per ricevere segnali la cui lunghezza d'onda è
dell'ordine
delle migliaia di chilometri. L'ambizioso obiettivo del gruppo è
quello di costruire una stazione ricevente ogni 1.000 kmq, in ogni
Paese
del pianeta. Tutti questi siti saranno collegati fra loro e ad un
centro
di coordinamento per fornire in tempo reale dati sulla sorgente, sulla
magnitudo e sulla natura dei segnali e.m. sotterranei a bassissima
frequenza,
che includono precursori sismici, esplosioni nucleari, tempe
ste
magnetiche, disturbi solari e molti tipi di fenomeni naturali (e di
trasmissioni
artificiali) sconosciuti. Il sito dell'ELFRAD fornisce gli schemi e
parte
dei materiali di costruzione di tali stazioni riceventi e incoraggia
chiunque
possa disporre di un piccolo terreno alla loro realizzazione. Le onde
ULF-ELF,
per loro natura, penetrano attraverso la Terra, ma hanno una lunghezza
d'onda talmente grande che è impossibile per una singola
stazione
localizzare la sorgente: donde la necessità di una rete globale
e capillare di stazioni e di un centro di raccolta e analisi dei dati,
che li confronti opportunamente con i dati sismici forniti dagli
strumenti
convenzionali. Ricerche sui precursori elettromagnetici sono ora svolte
dall'ELFRAD con le stazioni già operanti, che usano antenne
sotterranee,
non il metodo convenzionale di ricezione delle onde elettromagnetiche
nell'atmosfera.
Studi sperimentali analoghi, con in più un attento e
approfondito
monitoraggio delle anomalie geomagnetiche, vengono effettuati anche dal
GeoSeismic
Labs, un'altra organizzazione no-profit (californiana)
fortemente
interessata
alla previsione sismica.
I sismoamatori
italiani, insieme ai
radioastrofili
e ai radioamatori, possono unirsi a questo grande sforzo di ricerca dei
precursori fono/radiosismici sia a livello individuale sia aderendo o
creando
gruppi di osservatori. Ogni area del pianeta è diversa
dall'altra
e quindi lo studio dei precursori può fornire risultati diversi
a seconda della località geografica in cui sono ubicati i propri
strumenti. Per fare ricerche nel campo della fonosismologia basta avere
un sismografo e un computer. Per fare in parallelo ricerche di
radiosismica/radiogeofonia
occorre in più un opportuno ricevitore radio per le bassissime
frequenze
e un'antenna. Bisogna inoltre avere del software che permetta di
verificare
se a un dato evento sismico corrisponde un contemporaneo o precedente
evento
radio. I risultati che si ottengono, positivi o negativi che siano,
possono
dipendere soprattutto dalla località geografica (tipo di
terreno,
se zona sismicamente attiva o no), dalla banda di frequenza in cui si
osserva,
dal tipo di antenna utilizzata e dalla qualità del ricevitore.
Occorre
imparare a riconoscere col proprio specifico apparato i segnali radio
associati
ai terremoti attraverso una fase di test. E' probabilmente opportuno,
almeno
in un primo tempo, escludere dalla ricerca gli eventi che si verificano
a più di 800 km dal proprio sismografo e ascoltare
nell'intervallo
che va da 0 a 200 Hz (Romero,
2001). Tutti gli altri parametri -- tipo di terreno, antenna,
ricevitore,
frequenza a cui si rivelano segnali radio associati a terremoti -- sono
da esplorare. Per un'indagine seria in questo campo, occorre dotarsi di
un ricevitore ad hoc in grado di registrare in modo
continuativo
e automatico i dati radio e quelli sismografici su un computer. Con un
simile apparato, si possono acquisire migliaia di spettrogrammi al mese
con schermate che mostrano da 10 a 30 minuti di dati ciascuna: questi,
quando occuperanno troppo spazio sul disco fisso, potranno essere
salvati
su Cd-Rom, in modo da creare un archivio permante scambiabile con altri
osservatori.
Il radon
come precursore sismico (a
breve termine e su scala locale)
Il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 ha portato alla ribalta, insieme ai tentativi di previsione dei terremoti effettuati da Giampaolo Giuliani, tecnico dell'INAF distaccato presso i Laboratori del Gran Sasso dell'INFN, anche il metodo di ricerca da lui utilizzato: il monitoraggio di un precursore sismico noto da tempo, il radon. Il “radon” è un gas radioattivo molto comune sotto forma di gas disciolto nelle falde acquifere, ma presente anche in alcune formazioni rocciose. Quando la pressione dei fluidi cala a causa di un terremoto imminente, questi gas vengono fuori da una soluzione (come le bolle in una bottiglia di birra quando la stappi) e sono quindi veicolate verso l’esterno per mezzo delle falde. Analogamente, le microfratturazione della roccia prodotte da un terremoto imminente possono liberare il radon e farlo accumulare nelle acque o nel suolo. Tali processi, dunque, comportano normalmente un innalzamento della concentrazione di “radon” negli strati più superficiali del suolo e/o nelle falde acquifere, che può essere misurata e monitorata attraverso un'apposita strumentazione.
Pertanto,
in linea di principio,
si potrebbe
pensare di usare il monitoraggio del radon per la previsione a breve
termine
(6/24 ore o qualche giorno) e su scala locale
(fino a qualche decina di chilometri) dei terremoti. Questo tipo di
previsione si differenzia quindi come scala di tempo e di spazio dalle
previsioni a
medio termine (12 mesi) e su scala
regionale
(qualche centinaio di chilometri) effettuate per l'Italia da un gruppo
di Trieste guidato dal sismologo di fama mondiale Giuliano Panza, le
quali sono effettuate analizzando con sosifisticati algoritmi
matematici la sismicità storica e quella recente. Ma, mentre le
previsioni del gruppo di Panza hanno dimostrato una
significatività statistica molto alta - e dunque sono uno
strumento di previsione probabilistica utile ed affidabile - le
previsioni che si possono ottenere utilizzando un solo precursore
sismico (che sia il radon o altro non cambia nulla) hanno una ben
più bassa significatività statistica. Quindi si tratta di
uno dei precursori più meritevoli di approfondimento e che
può comunque fornire informazioni sul potenziale pericolo utili se associate ad
altri metodi di
previsione, come ad esempio quello citato prima messo a punto dal
gruppo di Panza in collaborazione con colleghi russi. Secondo il
consenso scientifico, infatti, tutti i possibili precursori dovrebbero
essere considerati, non soltanto alcuni a scelta. Questo
nell'ottica di fornire delle previsioni sismiche con buona
attendibilità, un po' come oggi si forniscono delle previsioni
meteorologiche.
Ci
sono alcuni
problemi nell'utilizzo del radon per la previsione dei terrremoti. Il
primo, comune un po' a tutti i precursosi sismici, è che i dati
relativi al radon contengono una serie di fluttuazioni dovute a ragioni
varie e non pienamente comprese, perciò già solo cercare a posteriori di
individuare le
correlazioni tra le variazioni nella concentrazione del radon e la
sismicità non è facile. In effetti, il problema
più importante che si presenta nel momento in
cui si decide di eseguire una campagna di monitoraggio del radon
è
quello di distinguere il segnale anomalo dall'emissione caratteristica
del luogo o addirittura dal rumore. L'altro problema è
quello
dei "falsi positivi": alcuni te
rremoti, come
quello dell'Aquila, sono
preceduti da un aumento della concentrazione del gas radon, ma non
è affatto vero che ogni volta che c'è un aumento della
concentrazione del radon si verifica un terremoto. Inoltre, non sempre
si può utilizzare il gas radon come precursore
sismico, in quanto non dappertutto vi sono faglie sismogenetiche
profonde che permettano la risalita di radon prima dell'eveno sismico.
Ciò
premesso, i metodi di monitoraggio del flusso di radon sono stati messi
a punto
negli anni '70 e da allora sono stati
praticati in molte zone sismiche del mondo, con continui miglioramenti
della precisione degli strumenti. Si possono trovare gli abstract di centinaia di articoli a
riguardo
(alcuni dei quali molto interessanti perché di rassegna o
riguardanti anche altri precursori, come ad esempio: From Radon to Ion
Clusters to Earthquake Clouds:
What Happens
Before and Above an Earthquake?) digitando ad esempio le parole
"radon
earthquake" nel campo "Abstract words" in questo sito utilissimo per il reperimento
di abstract
gestito
dall'Università di Harvard. Da questi lavori sembra emergere
che: (1) se i terremoti sono di magnitudine alta (>4), c'è
un'alta
probabilità di avere un picco di radon (non è altrettanto
vero per quelli di magnitudine
bassa); (2) la correlazione è quasi del 100% in certe zone
(questo
dipende dalla geologia locale, da come la falda si interfaccia con
le rocce, etc.), mentre è minore in altre; (3) il forte
terremoto segue da poche ore a 10 giorni il picco di radon.
Così,
in India
tramite il monitoraggio di gas radon nel suolo e il
contenuto di radon di alcune acque freatiche negli anni Novanta sono
riusciti ad individuare la "sigla" di un terremoto di magnitudo 6,5-7,0
una settimana prima della scossa. Molte delle migliori previsioni di
terremoto, tramite radon o altri
precursori, sono state eseguite dopo l'evento, tramite l'analisi a posteriori di
raccolte di dati.
Un caso ben noto è quello del terremoto di Kobe del 17 gennaio
1995: molte analisi dopo l'evento hanno rivelato fenomeni precursori
con un picco del radon nove giorni prima della scossa principale, ma
prima del sisma non si cercava
queste indicazioni perché le iniziative di previsione erano
concentrate
in altre parti del Giappone. Malgrado diverse storie di successo nel
monitoraggio del radon come
precursore dei terremoti, in uno studio di Hauksson e Goddard sul radon
nelle acque freatiche riguardante 64 piccoli terremoti avvenuti in
Islanda, il metodo ha avuto un'entità di successo di solo 14 per
cento.
Nella maggior parte dei casi, la prevista anomalia non si è
manifestata
e in sette casi l'anomalia è arrivata ma senza precedere
attività
sismica. Dunque, il radon sembra essere un precursore interessante
soprattutto per i forti terremoti.
Anche Carlo Gorgoni, ordinario di geofisica applicata all Università di Modena-Reggio, sostiene di avere utilizzato il metodo del radon nella previsione di ben quattro terremoti fra gli anni Ottanta e il 2000, in concomitanza con l'aumento in faglia del gas, e sostiene che con il radon è possibile "riuscire ad evidenziare delle anomalie più o meno grandi che siano la spia del verificarsi di un terremoto più o meno grande". Il monitoraggio è avvenuto nell'ambito delle Salse di Nirano (Gorgoni sostiene che l'ambiente molto particolare è stato un elemento chiave nei suoi esperimenti), con un sistema di apparecchiature finanziato dalla Provincia. Gorgoni resta scettico sulla previsione fatta da Gianpaolo Giuliani riguardo al terremoto dell'Aquila del 6/04/09, ma condivide parzialmente le sue teorie dicendo che "aveva visto giusto".
Le ricerche
e l'apparato
sperimentale di Giampaolo Giuliani
Le
ricerche di
Giampaolo Giuliani, che si basano sul monitoraggio indiretto del gas radon -- considerato dagli
scienziati, con i
limiti illustrati in precedenza, un precursore dello stress sismico,
cioè del terremoto -- sono
state ispirate dalle precedenti ricerche svolte, dal marzo 1998 al
giugno 1999 (quando Giuliani si occupava
dell'esperimento di fisica cosmica EAS-TOP a Campo Imperatore, AQ) - da
un
gruppo di ricercatori del Dipartimento di Fisica dell'Università
di
Roma 3, che eseguì, presso i Laboratori del Gran Sasso
dell'Istituto
Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), un monitoraggio continuo delle
emissioni di gas radon dal sottosuolo, evidenziando una correlazione
tra sismicità locale e variazioni nel flusso del radon dal
sottosuolo (scarica da qui
il relativo articolo di Francesco Bella, Wolfango
Plastino, LSS.
Liquid Scintillation Spectrometry
Radon time series analysis at LNGS, in LNGS
Annual report 1999,
INFN, pp.
193-198).
Giuliani,
insieme a
un gruppo di colleghi animati da analogo interesse e curiosità
scientifica, dopo un forte terremoto verificatosi in Turchia, modificando un'apparecchiatura
preesistente, diede
inizio nel 2001 alle sue ricerche, che si
basano sostanzialmente sulla misurazione in un locale sotterraneo non
areato dei raggi gamma prodotti dal decadimento beta del radon in 214Pb
e 214Bi. Dall'agosto
2008, Giuliani e
colleghi hanno una "sala sismica" allestita all'interno della scuola
elementare "De Amicis", a San Bernardino, alla quale gi
ungono i segnali di
5 rivelatori di raggi gamma "PM4" realizzati a sue spese e brevettati
dallo stesso Giuliani: uno
posto
nella scuola stessa e altri quattro a Coppito, a Sergi, a
Fagnano e a
Pineto. I
rivelatori monitorano i
raggi gamma emessi dal decadimento del radon, percepiti da uno
scintillatore plastico e "visualizzabili" grazie a fotomoltiplicatori
collocati in un cubo di piombo del peso di 6 quintali, con pareti
spesse 7 centimetri (se
siete
interessati, potete trovare una descrizione dell'apparato navigando nel
sito-scheda del relativo brevetto, che trovate qui). Il sistema è stato collaudato dal
Dipartimento di Ingegneria delle strutture, delle acque e del terreno
(Disat) dell'Università dell'Aquila. La triangolazione dei dati
provenienti dalle varie stazioni consentirebbe di stimare l'epicentro e
la magnitudo in un'eventuale previsione di terremoto.
Perciò, con il suo apparato, Giuliani sarebbe teoricamente in grado di "prevedere" l'arrivo di un terremoto: cioè di dire che si verificherà, con una certa probabilità, entro un'area di una certa estensione, ed entro un dato intervallo di tempo, un evento di un certo ordine di magnitudo, che - si badi bene - è completamente diverso dal prevedere un terremoto in modo preciso, cioè in senso deterministico! Si tratta comunque di previsioni probabilistiche a breve termine che, se conosciute da un cittadino, possono permettergli un'azione di autoprotezione, come accaduto nel caso di Giuliani stesso, che ha potuto mettere in salvo sé e la propria famiglia, ed ora è un terremotato "sopravvissuto". Nel corso del suo studio sulle "previsioni sismiche", Giuliani e il suo staff hanno monitorato oltre 4.500 scosse sismiche di una certa entità, ma non siamo in grado di esprimere un'opinione sulla bontà dei suoi risultati, non avendo a disposizione i dati raccolti. Pertanto, il nostro giudizio rimane "sospeso", fermo restando che le ricerche nel campo dei precursori sismici rivestono interesse per la comunità scientifica mondiale.
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Fonti bibliografiche
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